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Sulle rivolte di schiavi nell'antichità
Qualche nota per spiegare il limite delle rivolte servili nel mondo antico:"Gli schiavi inizialmente abbondano, perché le grandi guerre di conquista di Roma dal II° al I° secolo a.C., le razzie dei pirati forniscono prigionieri in grande quantità, conseguentemente venduti a basso costo. A questa situazione cercheranno di porre rimedio i “riformatori” del mondo antico, prima greci e poi romani. Ma in realtà le riforme sociali falliscono, rafforzando solo il potere dei latifondisti e dei grandi proprietari di schiavi; i quali infine con l’impero troveranno lo strumento che ne avrebbe tutelato i privilegi.
Il vero carattere sociale del mondo antico e la voce degli schiavi, che descrivono le loro sofferenze, lo scopriamo solo leggendo le notizie sulle rivolte degli schiavi e i testi biblici neotestamentari apocalittici, nei quali è illustrata la disperazione di chi vive in una società che non promette nessun cambiamento, e tratta come “bestiame umano” gli schiavi. La diffidenza e il pregiudizio, spesso anche di natura razziale, impediscono, tranne in rari casi, che agli schiavi rivoltosi si uniscano gli uomini liberi di infima condizione. Solo nelle rivolte degli schiavi in Sicilia, in particolare in quella diretta da Euno, ed in quella famosa di Spartaco in Italia, avverrà un’alleanza tra schiavi e poveri, quest’ultimi di condizione libera. Per poter avviare questa collaborazione, però, i capi rivoltosi dovranno ricorrere spesso a pratiche magiche e religiose necessarie per far accettare la loro azione politica alle masse di schiavi rivoltosi; totalmente abbrutite dalla violenza del servaggio e travolte dalla furia della vendetta.
Le rivolte per quanto forti e pericolose non hanno possibilità di successo sia per l’assenza di alleanza con gli uomini liberi sia perché non sono dotate di un progetto politico coerente. Gli schiavi rivoltosi perseguono come obiettivo politico da realizzare o un mondo nel quale i ricchi diverranno a loro volta i loro schiavi; oppure una società dove verrà eliminato il latifondo, tornando alla condizione economica e sociale antecedente l’ascesa del sistema schiavista, con la presenza diffusa di piccoli produttori.
L’affermazione definitiva dell’Impero Romano pone fine all’incertezza politica, risalente al I° a.c. eliminando il fattore principale che inizialmente favoriva le rivolte servili; cioè la debolezza politica della gestione del potere non più la struttura arcaica di una polis, ma quella “moderna” di un imperatore.
L’impero, infatti, offre ai ceti dominanti, i grandi proprietari degli schiavi e latifondisti, l’efficienza di una struttura di comando centralizzata, che spazia per tutto l’ecumene del bacino mediterraneo. L’impero oltre a disporre di una micidiale forza repressiva, possiede uno strumento legislativo altrettanto potente: capace di livellare e semplificare con l’applicazione del diritto romano la condizione sociale, riducendo la società a sole tre categorie: gli schiavi, i non cittadini romani e i cittadini romani. Inoltre, la legislazione imperiale, che si occupa della condizione servile, è adeguata e regolamentata nei suoi vari aspetti in modo preciso e puntuale.
Può sembrare un dato contraddittorio, ma sono gli imperatori che mitigano la condizione giuridica degli schiavi, giungendo a legiferare con “Senatus consultum Claudianum” (52 d.c.) l’obbligo condizionale di prestare cure mediche allo schiavo malato e la sua liberazione se ciò non avviene, con Nerone, il “crudele imperatore”, allo schiavo si riconosce il diritto di protestare la propria condizione in tribunale; ed infine, con l’imperatore Antonino pio lo schiavo trattato in modo crudele può chiedere il riconoscimento della propria libertà. Lo schiavo in età imperiale potrà possedere dei beni regolarmente e giuridicamente riconosciuti, sotto forma dell’istituto del “peculio”.
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